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venerdì 12 aprile 2013

L'erba sul tetto

E' arrivata, a quanto pare, davvero la primavera.
Non è stato facile accorgersene in queste settimane, ma oggi me ne sono reso conto bene perchè, in ufficio, abbiamo tenuto le finestre aperte più a lungo di quanto fatto finora nell'arco della giornata e quindi ho avuto modo di notare una cosa curiosa: sul tetto dell'edificio di fronte - stiamo parlando di un palazzo del XVIII secolo, probabilmente anche più vecchio - tra un comignolo e la grondaia, c'è un ciuffo d'erba piuttosto alto ed un tappetino di erbetta più bassa.

L'erba è un esempio di forma di vita ostinata e imprevedibile: si insedia spontaneamente in posti improbabili, su quantità irrisorie di terreno arrivateci chissà come... ma se provi a farti un giardino ed a costringerla in uno spazio definito, ti fa una pernacchia e ti abbandona. O si fa dare il cambio a qualcosa di poco elegante.

Intendiamoci, non sono un botanico quindi non so che tipo di erba sia quella su quel tetto: potrebbero essere robe infestanti che si adattano a condizioni estreme e proliferano quando meno te l'aspetti, o potrebbe anche esserci un po' di erbetta da pratino all'inglese, ma resta che un prato su un tetto, al terzo piano di un edificio in centro città, mi fa sorridere e mi lascia perplesso tutto ad un tempo.

Che poi, in sè, è anche un'immagine molto poetica, con la natura che vince su tutto... o potrebbe anche essere un'immagine agghiacciante, con la natura che vince su tutto...

venerdì 22 marzo 2013

Un'agenda e dei buoni propositi

Ogni anno, da qualche anno a questa parte, verso la metà di dicembre faccio un acquisto abbastanza comune: compo un'agenda
E' un acquisto che spesso si è rivelato tendenzialmente inutile: la uso per qualche settimana poi, schiacciato dal senso di colpa generato dal fatto che le cose che segno non riesco a farle nei tempi e nei modi che mi fisso, e oppresso dalla scomodità di dovermi portare appresso anche uno strumento di scrittura opportuno, la abbandono
Quest'anno, però, le cose stanno andando diversamente: forse ho trovato l'agenda giusta come dimensioni e per il fatto di avere un alloggiamento adeguato per una matita, ma finora sta continuando a prestare servizio. A tratti sono vagamente discontinuo, ma sto cercando di impegnarmi e di forzarmi a mantere fede al buon proposito di continuare ad utilizzarla

Questo proposito, poi, è il risultato di una cosa letta sotto capodanno: non ricordo neppure dove di preciso, ma incappai in una serie di immagini di pagine dei "buoni propositi per il nuovo anno" scritte da celebrità degli anni cinquanta e sessanta sulle loro agende. L'idea mi ha colpito e mi sono ritrovato a fare la stessa cosa: sulla prima pagina della mia agenda, ho segnato i buoni propositi per quest'anno... e nonostante alcuni ancora non li abbia approcciati, diversi li sto smarcando (dal usare l'agenda - per l'appunto - al fare la barba più di frequente... sì, insomma, piccole cose, niente di eccezionale).
Uno dei buoni propositi per il nuovo anno è scrivere più regolarmente qui.

Ci ho messo qualche mese a partire, ma spero proprio di far diventare anche questo un buon proposito realizzato.

lunedì 13 settembre 2010

Una sera sotto il tetto

Giorno 9
La mia permanenza tra le Dolomiti ha i suoi pro ed i suoi contro.
Oggi ho pescato una giornata di contro!

Dopo un fine settimana tranquillo, anche se non propriamente di riposo, al centro della grande pianura, stamattina mi attendeva il ritorno tra i monti.
La giornata è cominciata abbastanza incolore: carico la roba in auto (con la scomodità aggiuntiva, questa settimana, della giacca che mi sono portato dietro per il training che dovrò fare ad alcuni utenti chiave della nuova ditta cliente giovedì in quel di Milano... giacca che, con buona pace del gusto estetico, ho deciso che metterò sopra i jeans ed una polo di cui sbucherò solo il colletto da un golf con il collo a "V" che spero mi dia un'aria semi seria senza l'ingessatura della camicia e la cravatta) e vado a fare un bancomat. Stare settimane intere quassù, alloggiato in un bed and breakfast, ha il terribile effetto di costringermi a cenare al ristorante ogni sera.
Immancabilmente solo, dopo la mia passeggiata serale e la telefonata di rito alla mia archeologa, entro al ristorante, saluto i camerieri (ed il pizzaiolo che ormai mi da del tu con il suo stentato italiano) ed ordino, mangio osservando la gente attorno cercando di non dare troppo nell'occhio, pago e torno in camera.
Ovviamente, le dolenti note sono nel "pago": prese singolarmente, le cene costano pochetto, ma a lungo andare il totalizzatore non fa che aumentare... risultato, questa mattina il bancomat era una sosta obbligata.

Risalgo in auto e mi muovo alla volta del distributore di GPL... faccio il pieno e nel frattempo scopro che questa settimana c'è uno sciopero proclamato per alcuni giorni, compreso giovedì... la mia trasferta a Milano comincia ad apparirmi tristemente costosa, con lo spettro della benzina invece che il più economico carburante.
Mi faccio l'appunto mentale di fare il pieno di GPL nuovamente anche una volta arrivato nei pressi di Merano (in modo da aumentare l'autonomia per la giornata fatale) e parto alla vorta delle cime.

La "brochisia" che colpisce gli automobilisti sotto la pioggia mi perseguita per quasi quattro ore e, un'ora più tardi del solito, raggiungo il parcheggio.
Diversamente dalle altre settimane, non ho parcheggiato nel parcheggio "della banca" dall'altra parte della strada rispetto al mio luogo di riposo: ho parcheggiato direttamente nel parcheggio del "garni" dicendomi che, visto che avevo fatto trenta, potevo fare trentuno e scaricare l'auto prima di andare in ufficio.
Scarico, entro e chiamo... nessuna risposta... chiamo ancora... nessuna risposta...
Impreco sommessamente, ricarico la roba in auto, e mi reco in ufficio, già stanco alle 11.30.

Giornata lavorativa un po' così, ma poteva andare peggio.
A sera, torno in albergo, scarico l'auto, entro e... sorpresona! A causa di un piccolo problema, invece della mia "solita" stanza con letto matrimoniale, bagno con doccia, prese "PC compatibili" e TV al piano terra, questa sera mi tocca stare in una "singola" al secondo piano. Ha solo un piccolo difetto: non ha la doccia in bagno. Volendo, se ne può usare una al piano terra, ma proprio volendo.
Sovrappensiero faccio spallucce: vabbeh, poco male... solo una volta saliti i due piani di scale (per due volte per portare su tutta la roba) mi rendo conto dell'agghiacciante verità: la stanza è un sottotetto, con un piccolo lucernaio esattamente sopra il letto (addossato alla parete di fondo... vicinissma alla parete davanti viste le ridotte dimensioni della stanza), ma fin qui, visto che si tratta solo di una notte... il problema è che, il bagno, in assenza di doccia, consta solo di lavandino e water! Questa gente, non mette i bidet in bagno!!!
Nuova sequela di imprecazioni... questa volta un po' meno sommesse, ma ancora mi trattengo.

Esco, vado a fare la mia passegiata fino alla club-house del golf club, evito di raggiungere il driving-range (che sarei curioso di vedere) dopo un diverbio con un cagnetto piccolo ma, ovviamente, incazzosissimo e con i denti di fuori e quindi vado a cena.

Al mio ritorno in camera, dopo aver chiuso il pasto con un pezzo di strudel per allietare la serata che percepivo come malaugurata, mi appresto ad una serata a giocare a Star Trek Online... ma il problema è che quassù, nel mio buggigattolo, le prese non sono "italian friendly"!
Scendo da basso e chiedo alla proprietaria un adattatore... prende una scatoletta, fruta ed estrae una serie di adattatori, nessuno compatibile... alla fine ne trova uno che forse può andare bene: salgo per provare, ma i denti della presa sono troppo larghi... ridiscendo e cerco un nuovo adattatore... dopo cinque minuti troviamo un che dovrebbe andare bene, anche se forse "potrebbe esserci un problema con il bordo dentro della presa" mi dice... io fiducioso salgo le scale, provo e... scopro che ha ragione lei! Le prese a muro hanno delle "tacche" all'interno che rendono vano il mio frugare.
Impreco, sempre meno sommessamente, maledicendo l'idiozia di un popolo che non si decide ad adottare prese con una forma che sia standard in almeno uno dei territori confinanti.

Riporto giù l'adattatore, torno in camera, e mi rassegno al ricorso alla batteria del sistema.
Provo a giocare a STO, ma la connessione salta troppo (troppo disturbata questa sera) e di concludere qualcosa non se ne parla.
Dedico la serata a facebook e quindi, quasi a mezzanotte, con la batteria che chiede perdono ai suoi padri, mi rassegno e vado a letto...

Se penso che la settimana scorsa Salvatore, un mio ex compagno di classe delle superiori, mi ha scritto (sempre su faceboiok) di invidiare la mia sistemazione nei pressi di Merano, città che lui adora, mi chiedo se accetterebbe l'idea di fare a cambio: dopo una serata come questa...

martedì 23 marzo 2010

Lo Ione Eu+

In questi giorni, dopo un paio di settimane di devastazione lavorativa, sono passato a fungere da strumento di ripetizione per la mia moretta: sta preparando l'esame di "Storia dello spettacolo nel mondo antico" ed io le ho dato una mano a ripetere la traduzione dal greco di circa cinquecento versi dello Ione di Euripide.

A volte mi manca una formazione classica: mi manca il fatto di non aver mai studiato latino (e sempre coltivo il proposito di colmare questa lacuna) o greco (beh, fino a recuperare questo non penso che mi spingerò), aver letto le tragedie dei classici e, perchè no, qualche commedia.

Ogni tanto, come in questi giorni, però un piccolo pezzetto della mia ignoranza umanistica viene chiuso da un mattoncino: ho scoperto che le tragedie greche, checchè se ne dica nei codici della categoria in Impro, non sempre finiscono male, anzi, spesso hanno il lieto fine e tragica è solo la vicenda; il coro è un "macro-personaggio" a tutti gli effetti, che parla o all'unisono o per mezzo di un "corifeo" ("corifero"?) che interviene come un protavoce del gruppo ed è un personaggio vero, con cui gli altri possono interagire; di azione non ce n'è praticamente mai traccia (sfida? quale sfida?) e tutto si risolve solo a suon di gran dialoghi con belle tirate e fitti botta e risposta.

E poi, si scopre che gente come Euripide la sapeva molto più lunga di noi già venticinque secoli fa; che forse la vita allora non era poi, fatte le debite proporzioni, così diversa dalla nostra; che certe critiche al potere sembrano scritte con sotto mano i nostri quotidiani...
Ci sono un paio di passaggi dello Ione, in particolare, che mi piacciono molto: parlano della giustizia, della ricchezza e del vivere bene. La traduzione su cui ho aiutato la mia moretta è molto diversa da quella che ho trovato on line (secondo gli attuali filologi, quella che sta studiando lei è probabilmente una delle migliori in assoluto... non è detto che poi non mi trascriva anche quella...), ma comunque anche in questa si capiscono abbastanza bene alcuni concetti.

Due righe per inquadrare i fatti: Creusa - figlia del re di Atene - violentata in gioventù da Apollo mette alla luce un figlio in gran segreto, lo abbandona in una grotta, ma quando torna a recuperarlo non lo trova più e lo crede morto. Anni dopo, lei va in posa a Xuto, nobile alleato di Atene, ma dalla loro unione non nascono figli. I due si recano a Delfi per avere un oracolo dal tempio di Apollo e lì, mentre Xuto si trattiene nella grotta di Trofonio per un altro oracolo prima di andare al tempio di Febo, Creusa incontra Ione. Il giovane, all'insaputa di entrambi, è suo figlio portato via da Hermes dalla grotta (per volere di Apollo) e cresciuto al tempio del dio di Delfi. Lì vive, chiedendosi chi sia sua madre, e servendo nel tempio.
Creusa, parlando con lui, gli racconta la sua storia (riferendo che si tratta della triste vicenda di una sua amica... certe cose non cambiano mai...) e gli dice di volere, oltre un responso relativo ai figli che non riesce ad avere con suo marito, notizie della sorte capitata a quel bambino abbandonato, per sapere se è morto davvero o no. Dopo il racconto e l'uscita di scena di Creusa, così commenta Ione.

IONE
Cosa nasconde questa straniera dietro i suoi discorsi oscuri, sempre offensivi verso Apollo? L'oracolo, lo vuole per amore dell'amica? Oppure tace qualcosa che dev'essere celato? Ma della figlia di Eretteo, cosa mi importa? Non siamo mica parenti! Ma ora con i vasi d'oro vado a riempire gli aspersori dell'acqua lustrale. Febo, però, debbo disapprovarlo. Ma cosa si permette? Violenta delle vergini, e le pianta in asso? E i figli, prima li mette al mondo di nascosto, poi li lascia morire? No, non devi farlo; proprio perché sei potente, hai l'obbligo di essere virtuoso. Un mortale se ha natura perversa, gli dei lo puniscono. Ma allora voi prescrivete ai mortali le leggi, e poi le trasgredite per primi: vi pare giusto?
Se un giorno, non succederà, faccio tanto per dire, se un giorno foste obbligati a render conto agli uomini delle donne che vi siete presi, tu Posidone, e tu, Zeus, signore del cielo, dovreste vuotare i templi dei tesori per risarcire i torti! Voi vi curate del vostro piacere, ma alle conseguenze non pensate: no, non è giusto. Chi merita condanna? Gli uomini che copiano le belle imprese degli dei? O gli dei che danno l'esempio?


Dopo questa bella tirata sulla responsabilità del potere, Xuto - che era nel frattempo entrato nel tempio di Apollo - ne esce con il vaticinio che la prima persona che incontrerà sarà suo figlio (gli viene spacciato come il figlio avuto, a sua insaputa, da una donna con cui si era unito prima di sposare Creusa). Manco a dirlo, incontra Ione!
Felicissimo, lo riconosce come suo figlio e lo vuole portare con sè ad Atene, dove sarà principe e la gioia della casa di Xuto e Creusa. Ione dapprima è perplesso, poi si preoccupa di quello che potrebbe succedere, ed ecco con che parole.

IONE
Le cose non sembrano le stesse a vederle da lontano oppure da vicino. Ringrazio il cielo che mi ha dato, in te, un genitore: ma tu ascoltale, padre, le cose che mi vengono alla mente. I famosi Ateniesi, si dice, sono originari del luogo, sono un popolo che si è conservato puro. Ai loro occhi avrò due torti, io: figlio di uno straniero e bastardo. Con questa taccia, vivendo da poveruomo, conterò come uno zero, e sarà finita lì; cercando di emergere, invece, e di salire in alto, mi procurerò l'odio dei falliti. I potenti danno fastidio. La gente brava e capace, che si chiude nel silenzio per saggezza, e se ne sta in disparte, mi troverebbe ridicolo e folle, se non me ne stessi quieto in una città terrificante. Se poi mirassi a cariche, retori e politicanti si sbarazzerebbero di me con l'arma del voto. Così va il mondo, padre. Chi tiene il governo e il potere non ha pietà per i rivali. Ancora. Io, un estraneo, entro in casa d'altri, la casa di una donna senza figli; e lei che prima era unita a te nel dolore, ora si troverà sola, a sopportarlo, e soffrirà di più. Come potrebbe non odiarmi, vedendomi al tuo fianco? Lei è sterile, non guarderà certo di buon occhio un figlio tuo. E tu dovrai sacrificare me per amore di tua moglie, o la tua casa per riguardo a me. Tu sai quanti delitti, col pugnale, con veleni mortali, furono escogitati da mogli! Ma lo stesso, padre, provo pietà per la tua sposa, che invecchia senza figli e non se lo meritava, lei, che nasce da illustri antenati. Il potere, poi, il potere affascina, se lo guardi da fuori, ma se lo guardi da dentro? E che gioia, che gusto c'è a passar la vita tra timori e sospetti? Vivere felice, da popolano, è meglio che essere un despota, che si compiace di amici abietti, odia gli onesti, e trema per paura di attentati. Tu mi dirai che l'oro fa passare sopra a questo e altro, e che averne è bello: ma a me non piace starmene con l'orecchio teso stringendo al petto il mio tesoro, e penare: meglio campare modestamente, lontano dagli affanni. Pensa invece ai vantaggi che avevo qui: tempo libero, molto, che è bellissima cosa, e poca gente intorno, nessun furfante che mi spintonasse. No, non c'è di peggio che dover cedere alla gentaglia. Pregare gli dei, conversare con gli uomini, i miei servizi accolti con soddisfazione, mai con lamentele: e partenze, arrivi, sempre gente nuova, per la quale anch'io costituivo una simpatica novità. Infine, la mia indole e gli usi del luogo mi rendevano giusto verso il dio, e questa è la cosa più auspicabile per l'uomo, anche se non ne ha merito. Tirando le somme, padre, è meglio per me restar qui che venire ad Atene. Lascia che io viva a Delfi: e non è lo stesso rallegrarsi del molto e accettare il poco con gioia?


Ma Xuto insiste, pur comprendendo la bella tirata sulle cose buone della vita semplice di Ione, e quando Creusa apprende dalla cosa dalle sue ancelle (il Coro) ed un vecchio precettore, decide di attentare alla vita di Ione.
Alla fine, la sacerdotessa di Apollo interverrà impedendo a Ione di uccidere Creusa e rivelando che ha conservato gli oggetti che Ione aveva con sè quando è stato trovato. Creusa, riconoscendoli, si riunirà al figlio perduto, Ione ritroverà la madre (ed avrà trovato un padre ben contento di averlo come suo figlio - anche se a tutti gli effetti, Xuto è quello che viene fregato un po' da Apollo e dai due) ed Atena, mandata da Apollo - che non si fa vivo: c'è troppo il rischio che Creusa e Ione gli facciano una capa tanto a suon di rimproveri... - benedice il tutto profetizzando la discendenza di Ione.

Lieto fine! Applausi! Sipario!

lunedì 8 marzo 2010

8 Marzo

Buona "Festa della Donna" a tutte!

Oggi è una giornata come tante, ma un po' meno come le altre delle altre.
Oggi si celebrano le donne. Si celebrano le loro lotte, le loro sofferenze e le loro conquiste. Quelle già ottenute e quelle che ancora mancano all'appello.

Oggi è una giornata che dovrebbe essere speciale.

In realtà speciale non lo è: oggi le donne lavorano come gli altri giorni, e tanti uomini non regalano neppure un fiore di Mimosa perchè è una cosa "così commerciale" e consumistica.
Sarà anche così, ma a quanto pare l'introduzione della Mimosa come simbolo, tutto italiano, della Festa della Donna si deve a tre donne, tre partigiane e politiche nel 1946: Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei.

La Festa della Donna magari non serve a niente, ma a me piace ricordarla e fare un augurio, che a me costa poco e fa sempre piacere.
Quindi, oggi celebro le donne, che di parlare dei casini che fanno gli uomini oggi proprio non ne ho voglia.

venerdì 5 marzo 2010

Cappelli al mercurio ed etruschi senza etruscologi

Oggi sono inciampato in due cose bizzarre: una curiosità ed una notizia abbastanza deprimente.

"The Naming of Cats"

The Naming of Cats is a difficult matter,
it isn't just one of your holiday games;
you may think at first I'm as mad as a hatter
when I tell you, a cat must have THREE DIFFERENT NAMES.
First of all, there's the name that the family use daily,
such as Peter, Augustus, Alonzo or James,
such as Victor or Jonathan, George or Bill Bailey--
all of them sensible everyday names.
There are fancier names if you think they sound sweeter,
some for the gentlemen, some for the dames:
such as Plato, Admetus, Electra, Demeter--
but all of them sensible everyday names.
But I tell you, a cat needs a name that's particular,
a name that's peculiar, and more dignified,
else how can he keep up his tail perpendicular,
or spread out his whiskers, or cherish his pride?
Of names of this kind, I can give you a quorum,
such as Munkustrap, Quaxo, or Coricopat,
such as Bombalurina, or else Jellylorum-
names that never belong to more than one cat.
But above and beyond there's still one name left over,
and that is the name that you never will guess;
the name that no human research can discover--
but THE CAT HIMSELF KNOWS, and will never confess.
When you notice a cat in profound meditation,
the reason, I tell you, is always the same:
his mind is engaged in a rapt contemplation
of the thought, of the thought, of the thought of his name:
his ineffable effable
effanineffable
deep and inscrutable singular Name.

Thomas Stearns Eliot - Old Possum's Book of Practical Cats (1939)


Sono sempre stato un discreto appassionato di musical ma, da un annetto a questa parte, "Cats" è entrato pesantemente nella mia quotidianità e, con lui, la raccolta di poesie da cui ne sono tratti i testi: "Old Possum's Book of Practical Cats".
Nella divertentissima "The Naming of Cats", c'è un'espressione che, con "Alice in Wonderland" nelle sale cinematografiche (tra l'altro, lo andrò a vedere sicuramente), ritorna in mente spesso: "as mad as a hatter" - "matto come un cappellaio".
L'origine di questa espressione, a quanto pare, non è ben chiara, ma una bella ipotesi che alcuni fanno è che essa derivi dalle tristi consueguenze della consuetudine (in voga fino al diciannovesimo secolo) di utilizzare composti a base di mercurio nella lavorazione del feltro per produrre cappelli: i residui del metallo che, attraverso la pelle, venivano assorbiti dall'organismo dei cappellai avevano/hanno l'effetto di produrre disturbi neurologici che avrebbero dato origine al modo di dire.
Questo per quanto riguarda la curiosità.

La notizia deprimente, invece, l'ho letta sul giornale durante la pausa pranzo: a quanto pare, l'Università di Firenze non ha finanziamenti bastanti per coprire, a partire dalla fine del prossimo anno accademico, la cattedra di Etruscologia.
L'attuale docente, che alla rispettabile età di 70 anni sta per andare in pensione e che è contrario al periodo di ulteriore prolungamento di due anni che potrebbe richiedere - tanto che non l'ha richiesto -, in questo momento è relatore di 26 tesi di laurea (credo da primi e secondi livelli...), ma la notizia del suo prossimo pensionamento, nonostante la Facoltà di Lettere si stia operando per cercare di riuscire a coprire il posto che verrebbe ad essere desolantemente scoperto, getta nello sconforto gli aspiranti etruscologi dell'ateneo toscano che - non c'è certo da chiedersi come mai -, stando all'autore dell'articolo, potrebbero migrare verso differenti lidi (Pisa, Siena e Bologna... giusto per fare i nomi di tre università dove l'etrusologia si studia e se ne può fare un proprio indirizzo di studio...).

Certo, da studente di fisica non pensavo - fino a quando non ho cominciato a vedere l'altro lato della barricata grazie alla mia Moretta - che anche gli umanisti avessero problemi di finanziamenti alla ricerca ed all'insegamento, convinto com'ero che, vista la malaugurata propensione italica a considerare cultura di serie A quella umanistica e di serie B quella scientifica, per loro fosse un po' più facile, ma avendo modo di sapere che loro stanno messi pure peggio degli scienziati ci si rattrista non poco...

L'Università di Firenze senza docente di Etruscologia... pare solo a me o è l'ennesimo chiodo sulla cassa da morto dell'università italiana?

lunedì 22 febbraio 2010

Le sepolture anomale e gli eroi di Libertas

Questo week-end è stato impegnativo: ho girato un po' come una trottola, ma con la mia Moretta, a festeggiare anniversari e compleanni.
A parte le scene surreali a cena venerdì sera con una cameriera che sembrava venuta fuori da un film comico, la giornata più impegnativa è stata quella di sabato.

La mattina, lei si è alzata abbastanza presto (ero a dormire da lei) per andare a lezione: un'ora sola il sabato mattina... certo che questi umanisti sono gente strana!
Io mi sono alzato un po' più tardi, mi sono preparato e sono andato a prenderla. Doveva uscire alle 10.00 ma il tizio che sostituiva il suo prof per quella lezione ha ben pensato di finire più di venti minuti dopo, ed io ho aspettato pazientemente in macchina, con le quattro frecce, per quasi mezz'ora. Quando è arrivata, comunque, tappa a recuperare un libro (e relativa altra attesa in auto con le quattro frecce... giornata orribile per cercare parcheggio!) e poi rotta verso Castelfranco per andare a vedere una mostra sulle "Sepolture anomale", rinvenute in scavi dell'ultima ventina d'anni in zona, risalenti attorno al I secolo avanti/dopo Cristo.
Bella ed interessante, certo, forse qualcuno l'avrebbe potuta trovare un po' inquitante per la presenza di un buon numero di scheletri con arti mozzati e chiodi infissi post mortem, ma comunque molto interessante l'analisi antropologica che nota come queste ritualità siano sorprendentemente simili (leggasi: le stesse!) a quelle in uso fino agli inizi del XX secolo in Europa per evitare il ritorno di vampiri e revenants in genere.

Dopo la mostra, ritorno a Bologna per pranzo e poi rotta verso la "lunga": la sessione di gioco, per il party di Libertas, dal pomeriggio a notte fatta è stata veramente bellina.
E' successo di tutto: tentati stupri, coppie che si formano, legioni che vengono schivate, patti con demoni, arrivi di paladini, teletrasporti e piani complicatissimi...
Alla fine, credo che i miei eroi non abbiano ancora capito di preciso che cosa gli sta per arrivare in sorte, nonostante qualche bell'indizietto glielo abbia dato, ma mi va bene così: mi piace sempre vedere le loro facce quando gli piove in testa una rivelazione che non si aspettavano affatto, o meglio ancora che avevano scartato dalle loro ipotesi perchè gli sembrava troppo improbabile.
Vedremo alla prossima come reagiranno, ma per adesso, mi rimetto al lavoro sulle piccole cosette che ancora devono scoprire e che ho deciso di definire per evitare di scordare... e poi non si dica che non voglio bene ai miei eroi "Libert(as)-ini"!

mercoledì 12 agosto 2009

Confini inesistenti e cervelli fuggitivi

Domenica, ritornando da Genova, ho avuto modo di notare una cosa che, pur avendola vista ormai diverse volte, forse non avevo notato fino in fondo.
Il percorso che seguo, mi porta ad attraversare la provincia di Genova, quella di Alessandria, quella di Pavia e poi l'infilata Piacenza, Parma e Reggio.
Normalmente, in autostrada, al confine tra una provincia e l'altra, ed a maggior ragione al passare di una regione all'altra, si incontrano degli enormi cartelli che ti annunciano il confine e da dove stai passando a dove.
Passando da Alessandria a Pavia, infatti, si trova un bel paio di cartelloni che fanno questo annuncio, ma poi... Passando da Pavia a Piacenza, si incontra solo il confine della provincia e non quello della regione.
Personalmente, è qualche tempo che sostengo che sarebbe da proporre la cessione del piacentino alla Lombardia in cambio della provincia di Mantova (i mantovani sono più "emiliani": hanno un pezzo di zona di produzione di Grana Padano e mangiano tortelli di zucca, tanto per dire...) ed evidentemente anche l'ANAS (oltre che le Poste per cui la zona di Piacenza è nella "regione postale" della Lombardia e Mantova in Emilia-Romagna) la pensa così.

Rientrato a Modena dopo la tappa bolognese, comunque, sono andato a cena dalla Gi, dove c'era un po' di varia umanità fisica (Pesce, la Volpe, Carletto, la Fra, Manolo ed un po' di extra).
Mi ha colpito, e stimo un sacco, Pesce che si è votato all'autoproduzione di sapone, dentifricio, ecc., ma la cosa che mi ha più colpito è stata la consapevolezza di stare toccando con mano il problema dei "cervelli in fuga".
La Volpe in Norvegia, Carletto e Manolo tra Oxford e Cambridge e tutti gli altri sparsi per il mondo...
A volte mi chiedo se non ho fatto un errore decidendo di non tentare la carriera accademica, ma poi, guardando i miei amici che ci stanno provando e che sono costretti a questo tipo di vita, mi chiedo se sarei stato capace di fare la stessa da emigrato che fanno loro...

Resta che c'è una bellissima immagine che ha regalato Nils (che voglio provare a citare, ma sono certo di non essere preciso):
... cervello in fuga, sì, il problema è che il mio è riuscito a seminarmi!

martedì 14 ottobre 2008

Una favola, due versioni

Ieri, tornando a casa dal lavoro e passando per i Giardini Estensi, ho cominciato a pensare ad una cosa che, stamattina, è stata scalzata di peso da una cosa che ho letto... Non è detto che non ritorni sull'idea accantonata, ma per ora questo nuovo pensiero ha preso il sopravvento.

Stavo controllando una delle varie caselle di posta e ci ho trovato una favoletta sull'Amore e la Follia... ovviamente ho cercato di scoprirne l'origine e credo di essere inciampato in una favola del '600 che potrebbe essere dietro alla storia.

Procediamo con ordine e partiamo dalla versione moderna...

La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei.
Dopo il caffè, la Follia propose:
'Si gioca a nascondino?'
'Nascondino? Che cos'è?' - domandò la Curiosità.
'Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete.
Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare.'
Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
'1,2,3...' - la Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, impacciata come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi.
La Gioia corse in mezzo al giardino.
La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi.
L' Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un grande masso.
La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a novantanove.
'CENTO!' - gridò la Follia - 'Comincerò a cercare.'
La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto.
E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.
Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: 'Dov'è l'Amore?'.
Nessuno l'aveva visto.
La Follia cominciò a cercarlo.
Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce.
Ma non trovò l'Amore.
Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido.
Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio.
La Follia non sapeva che cosa fare.
Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre.
L'Amore accettò le scuse.

Ancora oggi, quando si cerca l'Amore non lo si trova, e solo i folli si ostinano a
cercarlo nonostante tutto ma soprattutto l'Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.


Ed ecco la (sospettata) versione originale... se ci sono versioni ancora antecedenti, non sono ancora riuscito a trovarle, ma chissà...

L'Amore e la Follia
Da Wikisource, la biblioteca libera.

Amor è un gran mistero:
mistero i dardi, la faretra, il foco,
e dell'infanzia sua mal noto è il vero.
Non io pretendo adesso
in pochi versi movergli il processo
e spiegar questa scienza, che, confesso,
vuol tempo per chi sa ben decifrarla.
Ma voglio colla solita mia ciarla
narrar soltanto come il cieco iddio
perdesse gli occhi e il mal che ne seguì,
un mal, che a parer mio
potrebbe essere un ben... Ma in questo affare
agli amanti rimetto il giudicare.

Amor giuocava un giorno in compagnia
della Follia.
Aveva il fanciullino in quell'età
aperti gli occhi ch'ora più non ha.
Nata una fiera disputa,
voleva Amor portarla innanzi ai Numi,
ma la Follia, perduta la pazienza,
gli die tal colpo che gli spense i lumi.

Venere, donna e madre, a quella vista
alza le strida e stordisce gli Dèi.
Giove dal cielo e Nemesi
e tutti insieme accorrono con lei
i giudici d'inferno.
La madre piange e narra della trista
l'orrenda azione,
e come il suo bambin non possa, ahi! moversi
senza bastone.

Non c'è pena sì grande,
che corrisponda ad opre sì nefande;
ma poi che riparata esser dovea
l'ingiuria, visto il caso, il danno, il male,
e visto l'interesse generale,
la corte mise fuori questa grida:
- Sempre Follia faccia all'Amor di guida! -

Jean de La Fontaine
Favole / Libro decimosecondo / XIV - L'Amore e la Follia (1669-1693)
Traduzione di Emilio De Marchi
Estratto da "http://it.wikisource.org/wiki/L'Amore_e_la_Follia"

mercoledì 18 giugno 2008

Plantae et circenses

Domenica sono andato a Genova in giornata, giusto per non perdere le buone vecchie abitudini, e facendo un giro alla Fiumara con Fhede siamo entrati da Sanguinetti (un posto che definire una cartoleria è decisamente riduttivo). Mentre giravamo per gli scaffali, ci siamo imbattuti in un espositore di vasetti con, ognuno, un fagiolo con su scritto qualcosa. "Coltiva un pensiero", il nome del prodotto, che una volta piantato ed adeguatamente annaffiato, produce una pianta di fagioli con la scritta che era sul fagiolo riportata su un paio di "foglie".
Non riuscivo a spiegarmi come una semplice incisione e colorazione del fagiolo potesse avere un'effetto del genere, e mi sono messo a fare delle ricerche (lo so, è assurdo farsi domande del genere, ma d'altronde...) scoprendo così che il fagiolo è una pianta che viola il primo principio che ti insegnano quando ti spiegano come crescono le piante alle elementari: il fagiolo (seme), quando genera le radici verso il basso, viene portato dalla crescita di queste al di fuori del terreno (invece che starsene sotto terra e sviluppare radici verso il basso e pianta verso la superficie) per poi "schiudersi" definitivamente e far sviluppare la pianta anche verso l'alto, dove cercherà appoggi da buon rampicante qual'è. Ecco quindi svelato l'arcano: il fagiolo cresciuto riporta la scritta sulle "foglie" perchè quelle foglie altro non sono che il fagiolo-seme che era stato scritto...

Fin qui, una bella scoperta che si potrebbe tranquillamente classificare tra le cose inutili di cui la mia testa straborda, se non fosse che, mentre cercavo informazioni sulla cosa, mi sono imbattuto in un'altra cosa altrettanto bizzarra e che sembra vada di moda (mah...): portachiavi-minipianta.
Si tratta, in pratica, di piccoli cilindretti trasparenti al cui interno si trova una minuscola pianticella con un'infima quantità di terriccio. A quanto pare, il cilindretto ha dei fori tramite i quali si può annaffiare la piantina (si poggia in un piattino d'acqua per qualche minuto al dì) fino a che non viene il momento di travarsa in un vaso più grande e lasciarla libera di crescere alla piena dignità di quella pianta grassa che è (infatti non è un bonsai: nasce con l'obiettivo di crescere tranquillamente).
Nulla di sconvolgente dal punto di vista "tecnico", in fin dei conti è tutto sommato quello che mia madre fa regolarmente quando si procura un rametto di una pianta e la fa diventare una pianta completa (da qualcuno devo non aver ereditato il pollice verde), è curiosa l'idea del portachiavi, ma che ci sia un decente tasso di sopravvivenza delle piantine non mi stupirebbe: si tratta di piante grasse, roba tosta che non si fa mica tanti problemi.

Il fantastico mondo delle piante e dei fiori, alla fine, ritorna anche nella cronaca, più o meno direttamente, sia a livello nazionale che a livello locale.

A livello locale perchè hanno cominciato a circolare le prime simulazioni su come l'architetto Botta propone di ripensare Piazza Roma, sostituendo il piazzale adibito a parcheggio con un'isola pedonale verde... In pratica un bel prato, di fronte all'Accademia, dove il monumento a Menotti si innalzi sulla distesa erbosa e dove (se i necessari accordi arriveranno a compimento) i cadetti si esibiscano, un paio di volte al giorno, in un cambio della guardia.
Ah, ed ovviamente, annesso sito archeologico per visionare le mura romane che hanno ritrovato un paio d'anni fa.
L'idea non mi dispiace, e sinceramente, questo architetto svizzero potrebbe anche candidarsi ad un avvicinamento, nelle mie (non numerose) simpatie relative agli archietti moderni/contemporanei, a Lloyd Wright.

Per quanto riguarda le piante che tornano a livello di cronaca nazionale... beh ci tornano perchè su tutte le prime pagine non si fa altro che parlare di Olanda da un paio di giorni. Non per questioni di politica internazionale, ovviamente, ma per semplici motivi calcistici.
Sia chiaro, io non sono uno che segue regolarmente il calcio (anzi seguo poco gli sport in generale, anche se non disdegno un gran premio di Formula1 o del Motomondiale), ma la nazionale la seguo. Ovviamente, anche se poi forse tanto ovvio non è, cerco di ricordarmi che non sono un esperto di calcio e che quelli che si improvvisano CT da bar sono piuttosto molesti, ma è inevitabile che, qualche commento, scappi anche a me.
Tutti non fanno altro che parlare della bella prestazione della nostra nazionale di ieri (che ha mandato a casuccia loro i cugini transalpini guidati da quel simpaticone di Domenech) e della lezione di correttezza data dalla non-biscottara Olanda.
Della nazionale dei paesi bassi, se devo essere sincero, ho apprezzato il gioco, la velocità e l'impressionante colpo d'occhio che i suoi tifosi sanno generare in uno stadio. Sarà che il colore delle maglie (che, tra l'altro, mi sembra cambi piuttosto di rado rimanendo sempre della stessa tonalità di arancio e con sempre pochi fronzoli) aiuta, ma sanno essere veramente una marea arancione, tutti uniformi e tutti compatti... I nostri supporter sono molto più variegati (con una maglia della nazionale nuova ogni anno o due, mi stupirei del contrario) e per questo molto meno "notevoli".
Al di là dell'impressione ottica, comunque, mi è piaciuta anche la nostra nazionale, ieri sera, che finalmente ha messo più testa, cuore e gambe in quello che faceva. Spiace per Toni, ancora a digiuno di goal nonostante abbia meritato, ma fa tanto piacere per Donadoni... Riuscirà a non essere più costantemente a rischio, ora che ha passato il primo turno?
Ovviamente no, ma in fin dei conti ci sta: noi italiani siamo così (purtroppo) ed i nostri giornalisti sportivi non potrebbero essere da meno.

Una cosa molto interessante da notare è che i notiziari, bene o male, sono chiusi per Europei: le notizie su quello che accade nel mondo ed in casa nostra (con il nostro innefabile premier, ed i suoi side-kick di governo, che ne combina una meglio dell'altra ogni giorno) filtrano a mala pena tra i commenti degli esperti della palla pezzata.
Per carità, ci sta tutto: qualche buona notizia dal rettangolo erboso è sicuramente meglio che qualche brutta notizia dall'emiciclo parlamentare... Sinceramente, chi si lamenta per come sono strutturati i TG ed i giornali, forse, dovrebbe ricordare dove sta... e chiedersi se altrove non è la stessa cosa.
Alla vigilia del "derby" Francia - Italia, il Cavaliere ed il Sarcò hanno lanciato, ognuno a casa sua, alcune belle trovate, probabilmente certi che l'attenzione di tutti fosse presa da altro (e anche certi di avere i numeri parlamentari per fare un po' quello che gli pare...), quindi viene da pensare, ancora una volta, che alla fine tutto il mondo è paese.
I politicanti, un po' ovunque, lo sanno come funziona e sanno bene che, in fin dei conti, siamo tutti un po' antichi romani: all'epoca dei cesari ci si distraeva, per dirla con Giovenale, con "Panem et circenses"... Ora che il pane costa troppo, ci accontentiamo dei "circenses"... E poco importa chi è l'imperatore sulle monete...